Lo Sblocca-Italia e il (non) coraggio della sussidiarietà

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Correva l’anno 1999 quando Cittadinanzattiva lanciò la campagna Imputati per eccesso di cittadinanza. Ridipingere le strisce pedonali, ripulire la scuola del proprio figlio, restituire alla sua bellezza un parco pubblico, patrocinare come avvocato in maniera gratuita la causa di un cittadino indigente poteva costare a quell’epoca una multa, una denuncia, la radiazione dal proprio ordine professionale: la campagna voleva evidenziare questo paradosso e rivendicare un ruolo riconosciuto per i cittadini attivi.
Nel 2001, con l’approvazione definitiva dell’articolo 118 u.c. contenuto nel Titolo V della Costituzione, la campagna Imputati raggiunse il suo obiettivo: quello di prevedere l’obbligo per le istituzioni di non ostacolare, anzi di favorire l’autonoma iniziativa civica volta all’interesse generale.
E sebbene ogni tanto, da ultimo in Sardegna dove è stata multata una signora che aveva ripulito la spiaggia, qualche caso di Imputato per eccesso di cittadinanza ancora ritorni, le istituzioni sembrano più pronte a recepire il principio di sussidiarietà anche rispetto ai cittadini e citano con dovizia il principio costituzionale che glielo impone.
È però il modo in cui lo fanno che rischia di non essere soddisfacente. In due casi, soprattutto.
Il primo caso è quando il tema è il welfare. Là appare chiaro che parlare di sussidiarietà circolare, ruolo delle organizzazioni di terzo settore, iniziativa del privato sociale, rischia di essere strumentale a un tentativo delle istituzioni pubbliche di arretrare dai propri doveri, rispondere alla crisi attraverso un affidamento dei servizi che diventa delega pura, senza neppure trovare troppa resistenza da parte delle organizzazioni di terzo settore alcune delle quali, evidentemente, co-interessate alla dinamica. Le attività sussidiarie dei cittadini non possono essere la risposta al taglio della spesa pubblica sociale: questa visione sarebbe in contrasto con l’autonomia che la Costituzione riconosce loro nel perseguire l’interesse generale. Tanto più che le azioni più significative messe in campo dalla cittadinanza attiva riguardano non tanto e non solo l’erogazione di servizi di assistenza, ma la tutela dei diritti, il sostegno ai soggetti deboli, la cura dei beni comuni.
Il secondo caso è, per l’appunto, il modo in cui le amministrazioni, centrale e territoriali, sono disposte a interagire con i cittadini, singoli e associati, quando il tema è la cura dei beni comuni: anche in questo caso l’orizzonte nel quale sembrano favoriti i cittadini attivi è un orizzonte un po’ troppo limitato e circoscritto. Ne è esempio di questi giorni lo Sblocca Italia, attualmente all’esame della Commissione parlamentare per la trasformazione in legge, che prevede all’articolo 24 la possibilità per i Comuni  di stabilire criteri e condizioni per i cittadini che si impegnino in “pulizia, manutenzione, abbellimento” di strade, piazze e parchi. Il testo dell’articolo è prudente, ci tiene a restringere gli ambiti ed è tutto improntato al criterio della possibilità piuttosto che della necessità, anche quando parla di “possibili” defiscalizzazioni.
A scanso di equivoci, si tratta di un segnale positivo e, d’altra parte, meno male che di questi tempi ci siano tanti cittadini attivi disposti a rimboccarsi le maniche e a fare lavori di manutenzione, pittura, pulizia, giardinaggio pur di prendersi un po’ cura delle nostre strade, delle nostre scuole, dei nostri ospedali.
Ma da questo a ritenerci soddisfatti ne passa: sfugge completamente, infatti, a questo modello di sussidiarietà il ruolo politico - di proposta politica, di governo delle politiche, di valutazione in merito all’efficacia delle scelte politiche - che il cittadino può avere e che le istituzioni sono obbligate in pari modo a favorire.  
Altrimenti, le istituzioni che in campagna elettorale puntano sulla partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini sono le stesse che ne ignorano le proposte; le istituzioni che accettano che il cittadino pulisca e abbellisca i luoghi pubblici sono le stesse che si rifiutano di rispondere quando poi la cittadinanza chiede loro il Piano di emergenza comunale ed esige che sia pubblicato sul sito del Comune; le istituzioni che accettano che i cittadini ridipingano le scuole sono le stesse che ricorrono in Tribunale per non divulgare i dati sulla sicurezza degli edifici scolastici; le istituzioni che plaudono al ruolo del terzo settore in sanità o nel sociale sono le stesse che impediscono la presenza dei cittadini negli istituti di partecipazione.
Questa interpretazione dell’articolo 118, u.c., può accontentare, certo non farci contenti.

Anna Lisa Mandorino, Vicesegretario generale di Cittadinanzattiva