Quale futuro senza alfabetizzazione finanziaria

Qualche giorno fa sono usciti i dati (preoccupanti) sull’alfabetizzazione finanziaria dei giovani, all’interno del primo Rapporto dell’Ocse sulle competenze finanziarie di questa fascia di popolazione.
Gli italiani sono sotto la media Ocse. Oltre uno studente su cinque (di circa 15 anni) pari al 21,7% rispetto al 15,3% nei Paesi ed economie dell'Ocse , è lontanoda un livello elementare di competenze, quello necessario ad applicare le conoscenze e i concetti finanziari comuni, e prendere decisioni finanziarie in ambiti che sono direttamente rilevanti nella vita quotidiana delle persone.
Talvolta si sbaglia a pensare che possedere la cultura finanziaria significhi solo conoscere le modalità per investire i propri risparmi, o per accendere una linea di credito, ma riguarda tutta una serie di scelte ed azioni quotidiane che intraprendiamo dai tempi della scuola al momento della pensione: la gestione dei primi soldi o del primo stipendio, l’apertura di un conto in banca, l’utilizzo di una carta di credito, l’acquisto di una casa o di un bene di consumo in prestito, ma anche l’accettare un lavoro piuttosto che un altro, oppure gestire un cambio di tenore di vita, insomma i mutamenti che sempre scombussolano l’esistenza.
Investire in educazione finanziaria è un modo per prendersi cura non solo del benessere e della crescita di una società, ma anche della sua stabilità economica. Il concetto più urgente ed importante che tutti dovrebbero padroneggiare è quello del valore del risparmio e di una corretta gestione dell’indebitamento. Il debito, infatti, è un problema rilevante per gli strati più deboli della società, è importante che non ci si sobbarchi un carico debitorio che non si è in grado di ripagare, che non si finisca vittime di usura e sovra-indebitamento. Dai dati denunciati da Sos Impresa a febbraio 2014, il giro legato all’usura e al racket nel nostro paese fa riferimento al 75 del totale del Pil. Tutto ciò si combatte anche con un’assunzione di responsabilità del singolo cittadino, informato e consapevole.
Non trascuriamo il fatto che la conoscenza dei principi finanziari di base è un importante elemento per il formarsi di una cultura imprenditoriale, e per una gestione equilibrata e di successo delle nuove imprese.
Quindi, il processo di educazione finanziaria degli individui dovrebbe cominciare sui banchi di scuola e continuare tutta la vita: fino al momento della pensione. Questo perché la vita di un individuo è caratterizzata da fasi di guadagno e di spesa molto diverse e dal susseguirsi di decisioni finanziarie di cruciale importanza per garantirci una serena vecchiaia, specie in un contesto dove l’incertezza per la pensione pubblica è crescente. Dal 2008 in poi, in Senato erano stati presentati ben 5 Disegni di Legge per rendere obbligatorio sia l'insegnamento dell'educazione finanziaria nelle scuole e che la formazione degli insegnanti da parte di Banca d'Italia, ovvero un soggetto terzo. Le associazioni dei consumatori hanno promosso e spinto per l’adozione di questi testi, ma ad oggi possiamo raccogliere solo energie disperse ed occasioni sprecate.
Tra l’altro, questo tema è legato al concetto di “inclusione finanziaria” e, quindi, a quello di inclusione sociale e di cittadinanza.
A nostro avviso, questo è un punto nevralgico, non scontato e spesso trascurato: investire nella cultura finanziaria dei propri cittadini non è utile soltanto per coloro i quali hanno soldi, ma è un’opportunità e un aiutosoprattutto per chi è più disagiato e spesso poco capaceo abituato a qualunque forma di programmazione finanziaria. L’assenza delle più basilari nozioni economiche è legata ad altri tipi di esclusione: dal possedere una casa, un lavoro, una scolarizzazione, la salute, la cittadinanza. Guardando fuori dai nostri confini, si ricorda che proprio nei paesi in via di sviluppo si trovano i migliori programmi di educazione finanziaria. Molte ONG stanno riconvertendo le proprie attività e gli interventi si collocano nell’area della microfinanza, nella valorizzazione di reti e istituzioni ed appunto attraverso programmi di inclusione finanziaria, per permettere l’accesso a beni e servizi di base ed alla promozione dello sviluppo economico. Un  Paese con un’elevata crescita demografica come l’India ha messo a punto un programma di educazione finanziaria incisivo e capillare
Non è un caso e ce lo ricorda la visita nel nostro paese della scorsa settimana del premio Nobel  Muhammad Yunus ( fondatore di GrameenBank e del concetto di micro-credito), che la “povertà è la negazione di tutti i diritti umani” e laddove ha assunto i connotati della tragedia come in Bangladesh, la risposta è stata quella di lavorare per interrompere le catene della dipendenza ( dai paesi sviluppati, dai soggetti più ricchi, etc etc), e far sviluppare la creatività attraverso l’imprenditorialità individuale. Investire nell’autonomia della persona, mettendola al centro delle scelte politiche.Permettere alle persone di accedere al credito e di sviluppare le proprie idee, fino al punto di far diventare proprietari di una banca donne e cittadinipoveri.
Per una volta, sarebbe interessante (rivoluzionario?) cambiare prospettiva e ripartire dai paesi non occidentali, o per lo meno osservarli e studiarli con l’intento di imparare, scrollandoci una presunta superiorità .
La crisi ci ha insegnato che abbiamo pagato un costo alto nel non investire in cultura finanziaria, ma il futuro delle nuove generazioni passa anche da questi investimenti e da questi scelte.
Non possiamo più permetterci il lusso di non avere pensieri ambiziosi, innovativi e da far radicare nella vita delle nuove generazioni.

 

Tina Napoli, Coordinatrice nazionale Rete delle Politiche dei Consumatori di Cittadinanzattiva